Biografia Michael Schumacher

Nato a : Hürt Hermülheim
Il : 3 Gennaio 1969
Nazionalità : Tedesca
Debutto : G.P. Belgio 1991
Prima vittoria : G.P. Belgio 1992
Scuderie con cui ha corso : Jordan, Benetton,
Ferrari
Titoli mondiali vinti : 7 (1994-95 con la
Benetton e 2000-01-02-03-04 con la Ferrari)
Debutto con la Ferrari : G.P. Australia
1996
Prima vittoria con la Ferrari : G.P. Spagna
1996
Sposato con : Corinne Betsche (5 Agosto
1995)
Figli : Gina Maria, Mick
Fin da piccolo si avvicina al mondo delle competizioni
motoristiche sfruttando la pista di kart gestita dalla sua famiglia a Kerpen e
debutta nelle gare internazionali solo nel 1984, a quindici anni, per
partecipare alla Coppa del Mondo nella classe 100 Junior. Michael continua a
guidare i kart fino al 1988, vincendo relativamente poco.
Schumacher e
Hakkinen: rivali storici La grinta e l’abilità lo portano però nelle varie
formule minori: trionfa al debutto in Formula Konig a Hockenheim e si aggiudica
nove corse su dieci, partecipando anche agli eventi della Formula Ford,
chiudendo sesto in Campionato. Nel 1989 è secondo nella Formula 3 tedesca e
l’anno successivo, quando si piazza in testa nella stessa serie, inizia a
duellare con Mika Hakkinen, che incontrerà nuovamente in Formula 1: epica la
battaglia di Macao, con successo finale di Schumacher.
Inizia a formarsi il
suo stile di guida. Michael apprende i segreti dei vari tracciati che poi
incontrerà in la Formula 1. Inizialmente si occupa solo di condurre i vari
veicoli che gli vengono affidati, ma poi si concentra anche sull’aspetto
meccanico e su particolari tecnici ai quali altri suoi colleghi non sono
interessati. Questa qualità si dimostra fondamentale per collaborare con gli
ingegneri e risolvere i problemi della vettura, il sovrasterzo, il sottosterzo o
varie anomalie diffuse e contemporaneamente gli consente di interpretare in
pieno ogni segnale della monoposto da guidare.
In pista attacca con una
grinta unica ed è soprattutto la mentalità, unita ad una velocità straordinaria,
che fa brillare la sua immagine agli occhi dei vari osservatori. Così facendo,
Schumi prepara la sua strada verso la Formula 1: bisogna solo spiccare il grande
balzo, attendere l’occasione propizia per mostrare il proprio talento.
Il
1991 è l’anno del grande debutto nella massima serie. Michael, però, è impegnato
già nel Mondiale Sport con la Mercedes: partecipa infatti alla 24 Ore di Le Mans
e giunge quarto dividendo la vettura, una C11 turbo, con Wendlinger e
Kreutzpointner. Poi accade che Bertrand Gachot, pilota ufficiale della Jordan,
viene arrestato dopo una furiosa lite con un tassista proprio quando incombe il
Gran Premio del Belgio a Spa-Francorchamps.

Eddie Jordan è disperatamente alla ricerca di un
sostituto e gli occhi gli cadono proprio sul giovane Schumacher: Michael
ha 22 anni e gli addetti ai lavori ne parlano già con immensa stima.
Dunque è il caso di tentare e coinvolgerlo. Così il tedesco viene
“battezzato” in un test rapido ma incoraggiante a Silverstone ed ottiene
il sedile al fianco di Andrea De Cesaris.
Subito Michael sigla il settimo
posto in qualifica e lancia un segnale preciso a tutto il mondo della
Formula 1. La sua gara, però, dura pochissimo, il tempo di bruciare la
frizione in partenza e parcheggiare la vettura. Secondo Eddie Jordan,
Michael sarebbe stato addirittura in grado di vincere “perché - racconta
l’irlandese - De Cesaris, che partiva più indietro, per un attimo aveva
raggiunto il secondo posto”.

Flavio Briatore, che osserva, calcola ed agisce, propone a Schumacher
la chance della Benetton. Il tedesco firma e si ritrova in veste di pilota
ufficiale al posto di Moreno, nelle cinque gare restanti della stagione,
con un contratto in tasca anche per l’anno successivo. In totale segna 4
punti, ma inizia ad entrare in pieno nell’ambiente della Formula 1.
Nel 1992 batte nettamente il suo compagno di
squadra Martin Brundle e soprattutto si aggiudica il suo primo successo: a
Spa-Francorchamps, infatti, sul bagnato, Michael sfoggia una sicurezza unica e
va a centrare il gradino più alto del podio, beffando le imprendibili Williams
di Nigel Mansell, già iridato, e Riccardo Patrese.
Ma è anche l’anno dei
dissidi con Ayton Senna: a Magny-Cours, ad esempio, Michael tampona la McLaren
del brasiliano al tornante Adelaide. Le telecamere, successivamente, mostrano
Senna parlare duramente a Schumacher sotto gli occhi di Briatore.
La seconda vittoria
giunge al tracciato portoghese di Estoril; è l’unica nella stagione 1993
in cui il tedesco totalizza 52 punti agguantando il podio in ben nove
occasioni. Michael è quarto in Classifica e i progressi effettuati sono
notevoli; così squadra e pilota iniziano a puntare al Titolo Mondiale.
I primi Gran Premi del 1994 vivono all’insegna del duello con
Senna: Ayrton, sempre in pole, non riesce a concretizzare in gara il risultato
sperato e viene battuto dall’arrembante Schumacher. In Brasile Michael sembra
quasi prendersi gioco del brasiliano, sopravanzandolo con la famigerata tattica
del sorpasso ai box. Il duello si trascina anche ad Imola, in un’atmosfera
surreale, condizionata dal violento incidente di Barrichello nelle libere e
dalla morte di Ratzenberger. Michael vince, ma nessuno gli perdona il sorriso
accennato sul podio, perché tutti gli occhi sono fissi sulla curva del
Tamburello, sulla tragedia di Senna.
Sono 8 le vittorie di Schumacher nel
1994 e, sommate ad altri piazzamenti, portano il tedesco al vertice. Ma non
basta: la sua Benetton viene squalificata a Silverstone e a Spa. Poi la F.I.A.
lo allontana anche dai Gran Premi di Italia e Portogallo. Così il Mondiale si
gioca all’ultima gara: Damon Hill contro Michael Schumacher, una Williams contro
una Benetton. E’ scontro nel vero senso della parola perché il tedesco costringe
l’inglese al ritiro per avere la sicurezza matematica del Titolo: la Germania ha
così il suo primo Campione del Mondo, ma sul successo aleggia lo spettro
dell’irregolarità tecnica, dell’uso illegale del controllo della trazione sulla
B194 iridata.
Nel 1995 Michael Schumacher migliora ulteriormente: totalizza
102 punti contro i 92 dell’anno precedente, vince una gara in più, sale una
volta in più sul podio, ma sigla tre pole in meno. Conta poco, l’importante è
vincere il secondo Titolo. Sconcertante la classe del tedesco, la facilità con
cui riesce ad annientare il compagno di squadra, comunque esperto e veloce,
Johnny Herbert.
Michael stravince al Gran Premio del Belgio sebbene le
qualifiche lo abbiano relegato in sedicesima posizione. Non mancano i disaccordi
con Damon Hill, le lotte, gli incidenti e le collisioni. Al pilota inglese della
Williams non basta vincere l’ultima gara rocambolesca di Adelaide. Schumacher è
nuovamente Campione del Mondo: Flavio Briatore è raggiante, sono felici gli
sponsor, i tedeschi e i sostenitori di Michael. L’avventura in Benetton si
conclude dunque con un lieto fine. Schumacher passa alla Ferrari, deciso a
riportare il Cavallino Rampante al successo.
Come spesso accade in queste situazioni, quando c’è un pilota
valido conteso da più squadre, il paddock rimbomba di voci ed illazioni su
ingaggi vari. Nell’estate del 1995, quando il tedesco è ancora legato alla
Benetton, iniziano a circolare notizie di un possibile passaggio alla Ferrari.
Ma da Maranello arrivano prontamente le smentite. Invece il contratto è già in
cassaforte, con l’autografo dell’interessato.

Schumacher è il Campione del
Mondo in carica, ha fama, è veloce e rispettato, e il matrimonio con Corinna,
celebrato nell’agosto 1995 lo rende felice anche nella sfera privata. Michael
decide di rischiare: vuole la Ferrari. A Maranello sono in difficoltà, ma
Montezemolo, approdato agli inizi degli anni ’90, punta a ricostruire la
squadra, a riportarla al vertice. Perché non provare? Circa 40 miliardi di lire
lo convincono ad osare.
Il primo test al volante della vettura del
1996 non è per niente rassicurante. La F310, progettata da John Barnard è,
a detta dello stesso tedesco, una delusione. Ma Michael non si arrende ed
inizia a costruire il suo impero. Chiama a Maranello Ross Brawn,
l’impareggiabile stratega degli anni della Benetton ed incomincia a
proporre anche il nome di Rory Byrne. Il debutto sulla Rossa risale al
Gran Premio d’Australia, all’Albert Park.

In pista, in giro per il mondo, le Williams di Damon Hill e Jacques Villenueve
fanno incetta di successi; Michael riesce tuttavia ad aggiudicarsi il Gran
Premio di Spagna, a Barcellona, sotto un nubifragio. A Monte-Carlo arriva la
cocente delusione del ritiro dopo pochissimi metri, al Portier, in condizioni di
pioggia incessante in cui invece avrebbe potuto fare la differenza. Amarezza
anche a Magny-Cours per il cedimento del propulsore nel giro di ricognizione. Ma
il tedesco vince a Spa e a Monza. I ferraristi gioiscono all’Autodromo
brianzolo, anche se il Mondiale è ancora lontanissimo. Tre trionfi, otto podi e
59 punti non bastano affatto.
Approccio e mentalità cambiano nel 1997.
Michael diventa sempre più un punto di riferimento all’interno del team e in
Ferrari iniziano a sperare. La vettura è un passo avanti considerevole ed è
realizzata da Rory Byrne che lancia la sfida alla Williams. Schumacher affronta
Villeneuve, leader assoluto in squadra dopo il passaggio di Hill alla Arrows. Il
duello è lungo e, come prevedibile, si protende fino all’ultima gara. A Suzuka,
penultimo appuntamento dell’anno, la Ferrari riaccende le speranze e vola in
Spagna con la possibilità del Titolo Piloti.
Teatro: Jerez de la Frontera, Gran Premio
d’Europa. In qualifica accade un evento quasi prodigioso: Villeneuve, Schumacher
e Frentzen ottengono lo stesso identico tempo sul giro, 1:21.072 ed è il miglior
crono della sessione. Il regolamento parla chiaro: in caso di pareggio la pole è
di chi la segna per primo, quindi Jacques davanti. In gara “il fatto” accade al
giro 47: Schumacher, che ha un punto di vantaggio, tenta la stessa tattica
adottata ad Adelaide con Hill nel 1994, ma stavolta non funziona perché a pagare
è lui e lui soltanto. La sua Ferrari si arena con la sospensione danneggiata,
mentre il suo rivale prosegue indisturbato. Il terzo posto basta ed avanza al
canadese che è Campione. Schumacher lascia il circuito a testa bassa: il
Mondiale era lì, a portata di mano… ed era sfuggito. A vincere la gara è Mika
Hakkinen, seguito da David Coulthard, in una doppietta McLaren che, se
analizzata con cura, non promette nulla di buono per gli anni seguenti.

Nella sua carriera in Formula 1 Schumacher lotta con diversi piloti.
Ma le sfide con Mika Hakkinen hanno un quid particolare, qualcosa in più
sia che si tratti di duelli ravvicinati, sia che si tratti di battaglie
impostate sulla velocità pura, per la pole position. Tutto ha inizio nel
1998. Mika è in forma smagliante perché grazie a Ron Dennis è a suo agio
in McLaren: la sicurezza e la freddezza tipiche dei finlandesi lo pongono
come pretendente al Titolo.
Ed infatti si aggiudica le prime due gare,
in Australia e Brasile. Ma già in Argentina Schumacher torna
prepotentemente alla vittoria sul circuito di Buenos Aires. La guerra è
lunga e Michael centra imprese degne di lode come a Budapest, quando vince
all’Hungaroring con la tattica, inedita per l’epoca, delle tre soste,
inanellando una serie pazzesca di giri record.
A decidere è ancora una
volta l’ultima gara e la pressione è comprensibilmente enorme su entrambi
i fronti. Ma Schumacher è in pole e può programmare di controllare
Hakkinen. Il progetto svanisce, perché la Ferrari del tedesco arresta la
procedura di partenza e per regolamento deve schierarsi in ultima
posizione.
Al box McLaren si leggono dei sogghigni velati, perché è
chiaro che una buona percentuale del Titolo è già a Woking, in quanto Michael
dovrebbe compiere un’impresa storica, vincendo partendo dal fondo della griglia,
oltretutto su un circuito come Suzuka che di chance per i sorpassi ne offre ben
poche. Come se non bastasse la Ferrari raccoglie anche un detrito, forse
transitando sul luogo dell’incidente fra Takagi e Tuero e fora un pneumatico.
Finita. Hakkinen è Campione.
Tre anni sono già trascorsi dall’arrivo di
Schumacher in Ferrari. Scartando il 1996, condizionato dalle troppe difficoltà,
nel 1997 e nel 1998 il tedesco era stato in grado di giocarsi il Titolo. Per
questo nulla vieta di supporre che il 1999 possa essere all’altezza delle annate
precedenti, se non addirittura migliore. E sembra veramente che la fortuna giri
in favore della Rossa e del suo alfiere.

Ma poi arriva Silverstone. E la
staccata alla Stowe. La Ferrari non decelera nella via di fuga e l’impatto con
le barriere, frontale, è inevitabile. Mentre viene soccorso, Michael rassicura i
familiari con il pollice alzato; poi al Northampton General Hospital gli viene
diagnosticata la frattura della gamba destra. Sono quattro i mesi di assenza
dalle competizioni ed ovviamente è addio al Mondiale. La Ferrari, intanto, spera
che Irvine possa dire la sua ed imporsi, ma l’irlandese non sbanca.
Michael prova a recuperare in fretta per
fornire al più presto il suo supporto alla squadra e magari tornare in
pista al Nürburgring, per la gara di casa, ma i problemi persistono e il
tedesco disputa solo le ultime due corse dell’anno. E strabilia: firma la
pole in entrambe le occasioni, in Malesia cede la vittoria a Irvine, in
lotta per il Campionato, ed è secondo in Giappone. La Scuderia si
aggiudica il Mondiale Costruttori, un po’ una consolazione. Ma il
risultato più grande, quello più importante sfugge
ancora.

L’intesa all’interno del
team migliora ulteriormente. Ormai Michael è in simbiosi con la mitica triade,
Ross Brawn, Rory Byrne e Paolo Martinelli. E poi la sintonia con Jean Todt è
straordinaria. A Maranello arriva anche Rubens Barrichello.
Il 2000 si
preannuncia scoppiettante: la vettura, la F1-2000 sembra nata bene ed è
subito veloce. Al confronto diretto con gli avversari, a Melbourne, è
battuta in qualifica dalle McLaren, ma in gara l’affidabilità fa la
differenza. Dopo tre gare, il riscontro in Classifica fra Schumacher e
Hakkinen parla chiaro: 30 per il tedesco contro i 6 punti del finlandese.
Ma la situazione si ingarbuglia a metà stagione. Michael colleziona ritiri
a ripetizione, Francia, Austria, Germania, mentre Hakkinen arriva
costantemente sul podio, fino a conquistare la vetta della graduatoria
iridata.
Improvvisamente sembra di nuovo tutto perduto.
In Belgio è il culmine, perché sulla sua pista, a Spa, Schumacher subisce
l’affronto di un sorpasso beffardo da parte del rivale, quando sul rettilineo
del Kemmel cerca di doppiare la B.A.R di Ricardo Zonta. Il successo sfuma e il
Titolo pare allontanarsi ancora di più.
La svolta arriva al Gran Premio
d’Italia: è un tripudio per Michael che in sala-stampa si abbandona ad un pianto
lunghissimo in diretta televisiva. Molti provano a spiegare quelle lacrime
inattese, ma probabilmente è solo il Campione dal cuore di ghiaccio che si
mostra stanco per il duro lavoro che finalmente sembra dare i suoi frutti. Ora
non bisogna mollare: la Formula 1 è così, perché mentre tutto funziona, la
situazione può improvvisamente stravolgersi. Ad Indianapolis Schumacher vince
mentre Hakkinen viene sommerso dal fumo del suo motore Mercedes. Michael ha otto
punti di vantaggio e mancano due gare alla fine. Significa che, dopo aver
lottato per tanti anni sempre all’ultima gara, ha la possibilità di chiudere in
anticipo i giochi, a Suzuka: gli serve la vittoria per avere la certezza
matematica.
Puntuale arriva la pole, come puntuale arriva l’errore in
partenza. Mika balza davanti, ma la strategia e il ritmo del ferrarista lo
fulminano: dopo la seconda sosta la Rossa è nuovamente davanti. Gli ultimi giri
si vivono tutti con il cuore in gola, ad augurarsi che tutto vada per il meglio.
Montezemolo racconta di aver telefonato a Gianni Agnelli, nell’ansia e nel
timore del finale. Ormai è fatta, finalmente: Michael Schumacher è Campione del
Mondo sulla Ferrari.
La Rossa non vinceva con un suo pilota dal lontanissimo
1979, con Jody Scheckter. L’abbraccio sul podio fra Todt e il suo pilota viene
diffuso in tutto il mondo e l’immagine diventa storica. E poi il suggello a
Sepang due settimane dopo, con un’altra vittoria. Scorrono fiumi di champagne e
si festeggia con le indimenticabili parrucche rosse per il trionfo anche nel
Mondiale Costruttori. Dopo tanta attesa inizia la nuova era, l’era di Michael
Schumacher.

La F2001, la monoposto progettata per la stagione 2001, reca
il numero 1 sul musetto. Questa volta la storia è diversa perché il fregio non è
stato ereditato con l’arrivo del Campione del Mondo come nel 1996, ma è stato
conquistato sul campo, dopo un’aspra battaglia.
Ora Michael Schumacher non
ha più la pressione dei primi anni trascorsi in Ferrari, ma può guidare con più
tranquillità e ciò gli consente di accaparrarsi nuovi successi.
Nel 2001,
infatti, totalizza 123 punti, 11 pole e 9 vittorie. Manca il podio soltanto in
tre occasioni e vince nuovamente il Titolo, uguagliando i quattro Mondiali di
Alain Prost e soprattutto battendo anche il “Professore” per numero di vittorie,
sorpassando, proprio a Spa, il traguardo dei 51 successi che fino a qualche anno
prima sembrava irraggiungibile.
Ma nel 2002 Michael fa ancora meglio. La F2002
di Rory Byrne è semplicemente sublime e il tedesco la guida alla perfezione.
Vince 11 gare su 17 e sale sempre sul podio. Per la prima volta espugna
Hockenheim da ferrarista, aggiudicandosi il Gran Premio di casa
esattamente due settimane dopo aver vinto il suo quinto Titolo Mondiale, a
Magny-Cours.
Pentacampione e nuovi record: pareggia con Juan Manuel Fangio,
il mitico pilota argentino che nei primi anni della serie regina aveva vinto per
cinque volte il Titolo Mondiale. La stampa si chiede: più forte Schumacher o
Fangio? Una domanda che lo stesso Michael rifiuta: epoche diverse non possono
essere confrontate.
Sta di fatto che nella sua era Michael non ha assolutamente
rivali. O forse sì? I giovani promettono battaglia, c’è Juan Pablo Montoya che
ad esempio digrigna i denti dal 2001 e vuole batterlo sonoramente, c’è l’astro
nascente Kimi Raikkonen appena giunto in McLaren, c’è il piccolo Fernando Alonso
che scalpita nel box Renault, c’è Ralf che sogna di sconfiggere il fratellone e
c’è il buon Rubens che spera sempre di sottrarre la scena al leader blasonato.
Si preannunciano tempi duri? In un’intervista alla vigilia del Mondiale 2003
il Campione avverte difficoltà all’orizzonte. Ma la posizione privilegiata è
ancora la sua e può contare sul supporto del team per il sesto Titolo. Il
vantaggio, a fine anno, è minimo: un solo punto su Raikkonen. Con la F2003-GA,
la vettura dedicata a Gianni Agnelli, il numero uno resta in Ferrari.
I
contratti di Michael Schumacher, Jean Todt, Ross Brawn e Rory Byrne vengono
prolungati fino al 2006 e la data assume sempre più l’aspetto di una sorta di
ora X per il team di Maranello. In pratica tutte le pedine più importanti
restano alla Ferrari e più tardi arriva anche la conferma di Rubens Barrichello.
La scia di successi prosegue, ma l’inverno è piuttosto strano: tutti
parlano dei tempi record della B.A.R, dei progressi della Renault, delle
bizzarrie della Williams, della grinta della McLaren, ma sembra che gli addetti
abbiano dimenticato i Campioni in carica.
Il gruppo dei progettisti del
Cavallino, intanto, mette a punto la F2004. Alla presentazione i giornalisti
sono piuttosto delusi, perché il telaio, a parte le modifiche richieste dal
regolamento, è molto simile alla macchina dell’anno precedente. Ma la vera forza
non è visibile ad occhio nudo. Basta il primo test a rivelarlo: il record sul
giro della pista di Fiorano è polverizzato. Poi, all’Albert Park di Melbourne,
all’esordio in gara, Schumacher e Barrichello colpiscono ed affondano gli
avversari.
La storia si ripete per le gare seguenti ed in particolare in
Spagna dove, malgrado il danno ad uno scarico, Michael uguaglia il record di
Nigel Mansell che nel 1992, sulla Williams, aveva vinto le prime cinque gare
della stagione. La striscia positiva si interrompe a Monte-Carlo, quando Montoya
“pizzica” il tedesco nel tunnel e lo “accompagna” contro le barriere. La gara
finisce lì, ma appena una settimana dopo, al Gran Premio d’Europa, è tutto
dimenticato e la Rossa numero 1 inizia nuovamente a vincere dopo la brevissima
parentesi monegasca.
L’estate trascorre nel segno del Campione
tedesco che vince matematicamente il Titolo al Gran Premio del Belgio, quando
agguanta i due punti necessari su Barrichello: il successo va a Kimi Raikkonen,
ma Schumi fa suo il settimo Mondiale.
Tre giorni dopo, durante i test di Monza, il
neo-iridato convoca una conferenza stampa; i media sospettano che il Campione
abbia deciso di comunicare il proprio ritiro ed invece scoprono che si tratta
soltanto di un’occasione per parlare con tranquillità dopo il caos di Spa. “Per
quanto mi riguarda – afferma il tedesco – continuerò finché ne avrò voglia”.

Michael Schumacher ha sfruttato la sua enorme popolarità a
favore di molte iniziative di solidarietà. Come giocatore della Nazionale
Piloti, ad esempio, è sempre stato presente ad ogni incontro calcistico
per aiutare le associazioni che si occupano di sconfiggere i principali
problemi della società moderna.
Con Jean Todt è anche diventato
ambasciatore della Repubblica di San Marino e spesso la F.I.A. lo ha
coinvolto in attività promozionali per la sicurezza stradale, come
accaduto a Dublino ai principi di aprile 2004. Di buon grado Michael ha
sempre accettato questa sorta di invito.
Inoltre tutta questa notorietà non intacca affatto il suo interesse e
la sua devozione per la famiglia. Non ama la
mondanità e preferisce trascorrere ore piacevoli in compagnia della moglie Corinna e dei
bambini, Gina Maria e Mick Junior.
Indubbiamente Michael è uno dei piloti
più popolari al mondo. Il suo nome è automaticamente associato alla
Formula 1, alla Ferrari, alla velocità. Molti team boss lodano le sue
qualità, e si rammaricano ancora per non aver colto l’attimo nel lontano
1991, quando il giovanissimo Schumi mosse i primi passi nel paddock.
Difficilmente in Formula 1 approderà qualcuno
capace di battere tutti i suoi record, di vincere un numero maggiore
di Gran Premi o di immedesimarsi così tanto in
un team da diventarne parte integrante, plasmandolo ed incitandolo. Michael Schumacher è, e
resterà, l’unico Kaiser della Formula 1.
Anno 2005. Il
regolamento cambia, non sono più permessi i cambi gomme ai box nel corso della
gara. Regola che influisce negativamente sul pneumatico Bridgestone, dunque
Ferrari in discesa. Ma questo avvantaggia la Renault, lo spagnolo in squadra,
vince il suo primo titolo mondiale. Annata nera per la Ferrari, difficile, con
tanti sforzi, sempre a cercar la rimonta.
Kimi Raikkonen arriva secondo nel campionato
piloti, sfortunato per i vari ritiri a causa di una McLaren che non regge.
Schumi terzo.

Anno 2006. In Ferrari avviene un cambiamento, il fedele Rubens
Barrichello, che anche grazie al suo aiuto la Ferrari rivide la luce, va
all’Honda.
La seconda guida viene presa dal piccolo e
immenso Felipe Massa (già stato collaudatore in Ferrari). Ragazzo che Michael
Schumacher vede di buon occhio e che vede come il “suo erede”.
Il duello Schumi e Alonso si fa ancora più
acceso, quando Schumi vince al G.P. di Monza (10 Settembre) e arriva a -2
dallo spagnolo.
A fine gara annuncia il suo ritiro. La
notizia era già in aria da un po’, ma tutti speravamo ad un ripensamento. Nulla
da fare. Il grande campione, il nostro kaiser ci abbandona alla fine dell’anno.
Godiamoci le ultime tre gare. Forza Schumi.
Michael Schumacher è
uno dei migliori piloti che la F1 abbia mai conosciuto. La sua determinazione e
con gli anni, precisione, gli hanno permesso di condurre una carriera
straordinaria. Non ci sono record che Michael non abbia eguagliato e
superato, pole, vittorie, titoli mondiali, tutto recita il suo nome.
L’uomo in grado di rialzare la scuderia di Maranello, dopo anni
bui; l’uomo in grado di far sognare milioni di persone; l’uomo che giorno
dopo giorno ci ha fatto innamorare della Formula Uno; l’uomo, il pilota che ci
ha tenuti con il fiato sospeso per decine e decine di gare; L’uomo che ci ha
fatto emozionare…
Lui è Schumi, il campione del mondo, il campione e miglior
pilota della Ferrari.
E con questo addio alla gare, ti ringraziamo
per tutto quello che ci hai saputo dare, per tutto quello che ci hai
trasmesso.
Danke dir
Wir liebe
dir
